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In difesa di Luigi Pignatelli.

Io di Taranto non parlo mai volentieri. Ci sono scappato, all'epoca, e credo che non ci tornerei nemmeno se mi pagassero per restarci. Non amo il mare, tanto per cominciare. Non mi piace la puzza di pesce, non sopporto le vongole, trovo abominevoli le canne da pesca e quel che è peggio: non sopporto il tanfo dell'ignoranza.

Tuttavia, e di questo ne ho dato atto molto spesso nel mio scrivere ininterrotto sull'unico social network che trovo a me congeniale, e cioè Facebook, ho nel tempo avuto modo di meravigliarmi prima e di entusiasmarmi poi, per la grandissima attività di recupero cittadino che i miei coetanei hanno portato avanti in quelle strade (ai miei occhi) vuote, miserevoli, occupate da pochi cervelli e da troppe pistole non dichiarate. Attività di riqualifica del suolo urbano, attività culturali, attività che strizzano l'occhio all'immigrazione e la tutelano e la accolgono, attività teatrali di spessore, luoghi lasciati all'incuria del tempo e delle sempre più assenti e malandrine istituzioni locali che sono stati recuperati, rimessi a nuovo, riconsegnati alla collettività.

Sbagliavo. Sbagliavo nel pensare che Taranto non avesse dei focolari di resistenza. Non mi hanno mai trovato, questi ragazzi e queste ragazze così simili a me, o forse sono io che non mi sono concesso il tempo di trovare loro, ma esistono. Ci sono. Sono lì con le mani sui muri di un posto occupato, che verniciano, scrostano, rimettono a lucido, si impegnano, si attivano, si lasciano trasportare da quella sanissina voglia di essere nuovamente protagonisti di una città di cui non si parla mai e che invece meriterebbe più attenzione: una città colma di smog, di affari loschi, di spazzatura metafisica e non, di gente che crede di poter fare quello che vuole.

E che, in effetti e purtroppo, lo fa.


Io di Taranto non parlo mai volentieri. Non ne ho voglia, il più delle volte, e non trovo stimoli sufficienti ad alzare il culo e scrivere quattro parole in croce, sperando poi che qualcuno legga e qualcuno diffonda. Noi giovani viviamo così: se non ci condividono sul web, non possiamo essere nessuno.

E però Oriana Fallaci disse una cosa parecchio intelligente (una delle tante): "Vi sono momenti, nella vita, in cui tacere diventa una colpa." ed io non posso e non voglio macchiarmi della colpa di aver taciuto; non in questo caso, non con queste cose in ballo, non in occasioni come questa, dove una voce deve alzarsi e accompagnarsi alle altre che si alzano, perché sia un coro di gente che sbraita contro l'ennesima ingiustizia di turno.


Luigi Pignatelli è gay.

Che poi sarebbe come dire che è biondo piuttosto che moro, che è alto piuttosto che basso, che è bello piuttosto che brutto, che di scarpe porta un 40 piuttosto che un 44.

Cioè, sostanzialmente, Luigi Pignatelli è un ragazzo. Quindi un essere umano. Quindi che sia gay poco importa.

Mi interessa sapere con chi vada a letto il lattaio? No. Piuttosto mi interessa sapere perché i lattai non esistano più. E comunque il punto, come capirete, è un altro.

Il punto è che Luigi Pignatelli, rappresentante tarantino dell'Arcigay, attivo nell'associazione culturale Hermes Academy Onlus, supporto per tante famiglie del centro storico di Taranto (sede di situazioni sociali al limite della decenza e delle povertà più disastrosa), proprio in quella zona antica, bellissima ma rovinata, è stato prima insultato verbalmente e poi picchiato da circa 12 ragazzi, tra i 14 e i 24 anni, che hanno cercato a suon di botte di fargli capire che no, loro lì un gay non ce lo vogliono.

Immediata la solidarietà: dalle famiglie del posto, dagli attivisti, da tanti cittadini, amici e conoscenti che hanno invaso (e stanno invadendo) la sua bacheca Facebook di messaggi di vicinanza.

Immediata la mia rabbia. Il mio disgusto. La mia fermissima condanna per quanto accaduto a Luigi, che non è che l'ultimo "esponente" del mondo omosessuale vittima di una società contraria alla natura, che prova a "spiegare", con le mani quasi sempre data la povertà dei loro contenuti, che non sono d'accordo con qualcosa: in questo caso, miserrimi, con il sesso della persona con cui Luigi potrebbe voler passare la notte, un anno, la vita. Contrari a non si sa bene quale principio, secondo il quale ognuno dovrebbe poter essere libero di assecondare il proprio essere, a dispetto di ciò che numericamente la maggioranza pensa e la maggioranza fa.


Chi risarcirà Luigi?

La giustizia, forse?

E come ce lo spiega, la giustizia, il fatto che Luigi sia arrivato alla sua quinta denuncia (l'ultima, secondo un quotidiano online, risale all'anno scorso) senza potersi sentire al sicuro? Senza poter camminare liberamente per strada? Senza essere libero di portare avanti il suo lavoro, sociale e personale?


Io di Taranto non parlo mai volentieri. Eppure, in quella città messa proprio laggiù, dove il tacco dello stivale forma una conca perfetta, di gente che ha da dire ce ne sarebbe tanta. Sono artisti, giovani, meno giovani, operai, badanti, pensionati, fruttivendoli, negozianti, che non condividono assolutamente la piega che quel posto, vecchio vanto prima greco e poi romano, ha preso nel corso del tempo. Sono persone come lo siamo noi, cioè sognatori. Gente che spera che le cose possano migliorare, che ci crede, che spesso si impegna perché questo accada. Gente che, manco a dirlo, è la prima ad essere colpita dalla melma.

E quindi chi risarcirà Luigi?

La politica, forse?

La politica che vede personaggi che fanno della xenofobia, del razzismo e dell'omofobia il loro marchio di fabbrica? La politica che sforna personaggi come un Salvini qualunque, pronti a raccattare voti sull'onda di un odio popolare che freme sempre di più per imporsi sulla scena pubblica? La politica che non ha mai pensato di tutelare, di rendere "uguali", di considerare quelle che non sono più minoranze, ma fette importantissime della popolazione italica, che invece di sognare una compagna sognano un compagno pur essendo uomini essi stessi?

O lo risarciremo forse noi?

Con le nostre parole, le nostre chiacchiere, i nostri tentativi di solidarietà che però non ci sarebbe bisogno di millantare, se invece muovessimo un dito quando per strada notiamo qualcosa che non ci convince?

Lo risarciranno quei maledetti che lo hanno accerchiato, inseguito, insultato e picchiato come fosse una cosa normale? Lo risarciranno loro? Questi piccoli teppisti di periferia che nulla sanno delle vite altrui, dell'impegno, di quanto coraggio ci voglia ad essere come si è in un paese come l'Italia?

Lo risarcirà l'ignoranza, verso cui tutti sembrano tendere come fosse la panacea di tutti i mali?


Luigi lo potrà risarcire la consapevolezza. La coscienza smossa. L'interesse. Chi deciderà di rompere il silenzio, l'omertà, chi cercherà a tutti i costi di sconfiggere il nero che risorge, che ritorna, che macchia e sporca una cosa bellissima come la propria personale sessualità.


La mia vicinanza a Luigi, che pure non conosco, è la mia vicinanza totale e completa a tutte le vittime della piaga indecorosa dell'omofobia. Una piaga putrescente, disgustosa, pericolosissima, che agisce indisturbata o quasi sotto i nasi di tutti noi: gay, etero, lesbiche, trans, travestiti, drag queen, e compagnia bella. Tutti. Tutti vittime, siamo, al cospetto del bullismo e della deficienza. La mia vicinanza a Luigi è la vicinanza a chi ha preferito suicidarsi, a chi è stato cacciato di casa, a chi si rifiuta di uscirci, a chi non ha più armi (apparentemente) per contrastare un mondo che non fa che palesare, semplicemente, il fatto che non ha nessuna voglia di vederti circolare per strada. La mia vicinanza è per quella Taranto attiva, solidale, sorridente, che ha saputo rimboccarsi le maniche (e Luigi ne fa parte), che ha messo in piedi iniziative, luoghi di incontro, discussioni, dibattiti, per strappare una città dal sonno in cui era caduta. La mia vicinanza, per quanto piccola e misera possa essere, è a tutti coloro che hanno argomenti; e dunque, avendo argomenti, non sentono il bisogno di alzare le mani per affermare principi e dogmi.


Luigi, noi non ci conosciamo di persona, ed è inutile dire che avrei preferito sentire il tuo nome in un'occasione diversa da questa.

Tuttavia, se per una strada qualunque del più piccolo paesino di questa Italia bigotta e piccina, circola un ragazzo che ha voglia di cambiare le cose e si adopera per farlo, allora solo non devi sentirti mai. E anche se so benissimo che ci si sente sempre soli quando a prendere un pugno, due, tre, siamo proprio noi, so anche benissimo che la merda ha paura di chi tira la catena.

E siamo noi che la tiriamo, la catena.

Ogni volta che scegliamo di seguire la nostra strada senza farci impaurire da un paio di coglioni incontrati lungo il cammino.

Ogni volta che, guardandoci allo specchio, lo vediamo pulito.

E questo è un privilegio che gli stronzi, invece, non possono proprio avere.


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