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Le tue mani ed il tuo naso.

"Non guardarmi adesso, amore: sono stanco perché penso al futuro."

E del futuro ne avevi fatto parte, Pino. Come di un passato di una Napoli che ha avuto così poche possibilità di riscatto, nella sua vita, e le ha trovate sempre sotto la coperta dell'arte, regalandoci molto spesso personaggi che difficilmente abbiamo dimenticato. E penso a Massimo, ad esempio, ma forse è un collegamento logico quando si pensa a te.


Era il 1998, era uscita la raccolta "Yes i know my way" e mio padre, che all'epoca era ancora in sé, ti consumava a furia di infilarti nello stereo della macchina. Viaggi lunghi, brevi, giri d'isolato per trovare un parcheggio, e tu eri lì.

Erano altri tempi, Pino mio. Erano tempi diversi e non è detto che fossero tempi migliori. Di fatto, però, quello che è passato è nostalgico per definizione, e dalla nostalgia alla malinconia c'è un passo talmente breve che pare quasi obbligato.

E noi lo facciamo sempre, quel passo. Perché alternative non ne abbiamo mai avute.


Erano tempi diversi perché avevo 9 anni, nel 1998. E perché di problemi di peso, di futuro, familiari, io non ne avevo ancora avuti.

Crescevo e crescevo in mezzo a quella musica che mi avrebbe poi condizionato per il resto dell'esistenza, o almeno per quella fino a qui testimoniata: Bennato, De Gregori, Concato, e poi c'eri tu.

E ricordo benissimo mio padre, seduto sul divano del salone, con in mano la sua chitarra e i fogli pieni di spartiti davanti agli occhi, che rendeva omaggio come poteva a quello che, musicalmente parlando, lo aveva forgiato in qualche modo.

E tu eri lì. Eri lì e non c'era possibilità di non ascoltarti, volente o nolente, cantare e soprattutto suonare quello che per la mente ti era passato prima di chiuderti in una sala d'incisione.


Brani. Tracce di cd. "Se mi guardi con gli occhi dell'amore non ci lasceremo più. Inganneremo il tempo ed il dolore sia l'estate che l'inverno, e cambieremo il mondo ogni volta che vuoi."

Quanto ci ho creduto, signor Daniele, che fosse possibile innamorarsi così, come in una delle tue canzoni che avevo nel frattempo imparato ad amare.

E quando è stato possibile ho iniziato a sceglierti autonomamente. Tutti intorno con la musica d'oltreoceano, ed io davanti ad un walkman a tentare di trovare una stazione radio che ti trasmettesse, perché le cassette degli altri erano sempre meno "giuste" delle tue.


E quella Napoli che hai rappresentato. E quello che ti sei tirato dietro quando hai superato il milione di copie con il tuo "Dimmi cosa succede sulla Terra" di un 1997 così lontano nel tempo che non ne conservo nemmeno il ricordo.

La gente dimentica, la gente è cattiva quando vuole, la gente è il male se decide di esserlo. E allora che rimaneva da fare se non andarle contro?

E cantavo. Iniziavo a farlo, a quel tempo, come passione personale e tale poi è rimasta. Cantavo e cercavo, di tanto in tanto, di provare a raggiungerti. Mai riuscito, Pino. Mai toccata una nota cristallina come la tua. Altra voce, la mia. Già graffiata. Chissà perché poi.


La musica è un'arma così potente da togliere il fiato e di questo mistero immenso l'uomo non ne ha mai fatto una questione di razza, di ceto sociale, di provenienza.

E poi quel tour. 2002, credo. Ron, Fiorella Mannoia, De Gregori, Daniele.

Vi ho visti.

Ero lì e mi pento di non essere stato talmente maturo da poter capire completamente quello a cui stavo assistendo, ma mi piaceva l'idea, l'atmosfera, la gente che vi cantava appresso. Nessuno sentiva il bisogno di spintonarsi, nessuno doveva dimostrare di essere più giovane e più forte degli altri, nessuno mostrava interessi nei confronti del ferire quanto piuttosto dell'includere. Perché chi fa musica forma coloro che lo ascoltano. E li culla. E li incita verso qualcosa.


"Mai nessuna mi ha mai detto: sono pazza di te." dicevi.

Siamo in due. E però crescevo, nel frattempo, e recuperavo il tempo perso.

"Terra mia", 1977. La tazza di caffè che tanto aveva portato Napoli nel mondo veniva finalmente sbugiardata come quello che in realtà era: un modo come un altro per passare la giornata sotto le bombe di un disagio sociale antico quanto il mondo, a cui nessuno ha mai saputo davvero porre rimedio.

"Nero a metà", 1980. Ed io che ancora non sapevo quello che voleva dire. L'ho capito solo qualche anno dopo, qualche anno fa, quando ho sentito dentro una crescente sensazione di essere nato con il colore sbagliato della pelle in un angolo sbagliato del mondo. E però, mi consolavo, si può essere bianchi e nonostante tutto "neri a metà". Nella musica, ad esempio. Nel ritmo. Nei sorrisi disarmanti incorniciati da quel colore che per così tanto tempo gli stronzi hanno accostato al "diverso" senza riflettere che poteva anche essere una notte serenissima priva di stelle.

"Non calpestare i fiori nel deserto", 1995. Ed io che fino a qualche anno fa ancora cantavo: "Ci vuole tanto per chiamarlo amore"...e tu che no, non cantavi così...tu dicevi che per chiamarlo amore ci vuole "talento", ed io che, immaturo e idiota, non ne facevo una questione di bravura interiore ma di punti cardinali e soprattutto temporali. L'avevo già in me, il germe della paura per tutto ciò che sarebbe venuto...e credevo ancora fortemente che il tempo può ciò che il talento non immagina. Quanto mi sbagliavo, Pino...quanto ancora mi sbaglio non sai.

"Mascalzone latino", 1989. Quando sono nato io. "Anna verrà e sarà un giorno pieno di sole." Chissà che sorte ha avuto, Anna...se è stata come la mia, che il sole lo sto ancora cercando o se, invece, non è venuta mai. Non ha mai raccolto i cani per strada. Non ha mai sorriso per la libertà. Non ha cambiato il mondo. Chissà se Anna ha visto la guerra finire, come avresti voluto tu. Sicuramente a noi è andata diversamente e la guerra continuiamo a vederla e a viverla, ma è rimasta la voglia di avere sempre il mare a portata di mano, come se servisse a far riposare parti di noi che nemmeno sappiamo di avere.

"Medina", 2001. E Sara. Sarà. Sarà che non ho mai smesso di crescere, nel frattempo. Sarà che io li volevo davvero rompere "i miei giochi contro l'arroganza del mondo" ma ho come la sensazione di non aver fatto in tempo. Non mi ha mai aiutato nessuno a non volermi male. Nessuno. Nemmeno tu. E d'altronde, come avresti potuto?

"Iguana cafè", 2005.

"Che Dio ti benedica", 1993.

Ed io che avevo 17 anni, poi 18, poi di nuovo 11, poi 20, improvvisamente 21, 22, poi 23 e 24, poi 25.

E sto.

Sui miei 25 io ci sto e tu ci stai.


Agli artisti cede il cuore per la troppa bellezza che tenta di abitarvi, direi se sapessi scrivere qualcosa di bello, ma non ne sono capace. Ed ogni pioggia è un ricordo, ed ogni malinconia è un battito in meno, ed ogni mattina è una crociata contro tutto quello che i distratti non vedono o peggio: non sentono.

Ecco il senso profondo della morte che sparisce. Niente. Non siamo niente. Ma quando poi smettiamo di scrivere, di cantare, di alzare gli occhi contro il vento, allora il vuoto si avverte e si distingue nitidamente.

Non siamo niente...ma quanto pesa quel niente non è dato saperlo.


Mi sveglio e sei morto, Pino. Mi sveglio io e non ti svegli tu. D'altronde la vita va così e forse è così che deve andare, ma mai come stamattina ho compreso il nesso profondo tra le note di una canzone e il particolare momento di un'esistenza; e il meraviglioso ricordo di una vita. La mia.

E così, se io non credo come non credo e tu sei morto davvero come dicono, ci si dovrebbe salutare. Con quella punta di invidia che prova chi, come me, non potrà più farsi conoscere pur avendoti conosciuto.

La vita non è a doppio senso. L'arte men che meno.


E tu che, poche ore prima di chiudere il sipario, lanci una foto sul web dove dici: "In viaggio verso casa."
Valla a capire la vita, gli strani giri che fa.

Poi un ragazzo che ti scrive, proprio lì sotto: "Pinu' mannaggia a mort!"


Eh.



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