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Perché non si lanciano più le rose?

Chiediamo scusa, si intende, se lo spettacolo non vi è piaciuto.

I bei testi, le belle frasi ad effetto, quei favolosi colpi di scena figli di un'Italia migliore non ci sono più; gli sceneggiatori languono, i coristi non esistono più, le sarte non le vedi più con l'ago in bocca e le quinte non le usa più nessuno...e dunque, ci si deve accontentare.

Chiediamo scusa, certamente, se lo spettacolo non vi è piaciuto.

Chiediamo scusa per aver sognato troppo forte in un tempo come questo, così lontano dal clamore vero, così preso dal chiasso ma di quelli poco simpatici, poco includenti, di quelli che a giusta ragione definiremmo: rumore.

Ed è diverso, il concetto.

Ma il ragazzino non lo sa.


Chiediamo scusa, obbligatoriamente, se davanti a tutte queste facce non abbiamo saputo che fare e allora ci siam commossi, come quando ci si trova davanti ad uno spettacolo a cui non avremmo dovuto assistere mai o davanti ad una scena che è di un'altra vita, che avevamo rimosso, stipato, messo sotto il tappeto insieme a tutto il resto.

Chiediamo scusa, incredibilmente, e lasciamo che parlino le persone più brave di noi. Quelle con la cravatta, mai sudate, mai macchiate da ombre sotto gli occhi, così indicative di una vita poco incline alle acque termali.


Dunque il botteghino è stato preso d'assalto, ci hanno detto. Ben venga. Benissimo. Di botteghini presi d'assalto non ve n'è più notizia. E poi, però, presi d'assalto da chi? No perché, sempre con la massima cortesia, noi vorremo sapere per chi stiamo qui sopra, a tingerci la faccia, a cambiare i connotati che Madre Natura non ci ha dato, a rattoppare l'abito, a imbellettarci come le vecchia amica di pirandelliana memoria, a truccare le carte per poter calcare l'ennesimo palcoscenico, che è sempre uguale, puzza sempre delle stesse speranze fallite, ed è sempre diverso: ora un marciapiede, ora una vetrina in cui ci riflettiamo, ora un negozio di calzature, ora un caffè.

Splash.


Chiediamo scusa, abrasivamente, per ciò che non abbiamo saputo portare a termine.

Dubbi? Rimostranze? Rimborseremo ogni centesimo all'uscita.

Per il momento, però, maledizione al freddo che fa.

E la gente che borbotta in sala si aspetta qualcosa di grandioso. L'avevamo detto, noi, a quelli del marketing: nessuna locandina autocelebrativa, che poi finisce male.

La gente mangia spazzatura con una certa indifferenza, ma faglielo notare e poi pretenderà il caviale.

Dannazione, spostateci di dosso questi riflettori troppo forti che poi valle a sentire le truccatrici... Categoria sotto scacco, la loro, ultimamente; sembrano tutti talmente esperti degli impiastri che si mettono addosso da diventare quasi impertinenti mentre con il collo bianco e la faccia color pece ti rimproverano: "Non usi prodotti biologici?"


Abbiamo affrontato un altro anno, in mezzo a voi tutti. Ci siamo sciolti in lacrime, ci siamo raccolti, ci siamo sparsi ai quattro venti perché nessuno sentisse la nostra mancanza, abbiamo imbracciato la chitarra e messo nero su bianco una storiella sentita una volta e mai più dimenticata.

Poi, per quello che verrà, si vedrà.

Ci propineranno le stesse identiche speranze e noi giù a ringraziare come matti, a fare inchini, a lanciare baci e saluti soprattutto agli sconosciuti, che poi quelli che conosciamo non abbiam mica tutta questa voglia di baciarli.

E scusa, chiediamo scusa, obiettivamente, anche e soprattutto a tutti coloro di cui non ci siamo potuti occupare: c'è una storia che aspetta di essere scritta, cantata, portata in scena, lasciata volare, così che poi qualcuno ci si possa rivedere domani o fra mille anni. C'è sempre una fotografia che può salvarti la vita, e non è detto che sia tu a doverla scattare.

Abbiamo conosciuto donne e uomini meravigliosi e poveri e disgustosi e pieni di energia, e un po' ne abbiam raccolta in ciò che ci siamo dimenticati di dire. Ma le battute, in un anno, sono pochissime in confronto a ciò che succede. Le pause, i gesti di scena, le luci, il sottofondo musicale che ognuno si sceglie, portano via talmente tanto tempo che da dire resta poco.

E poi le comparse. Quanto chiediamo scusa alle comparse! Miseramente, si intende. E' colpa della produzione, possiamo giurarlo, se non è stato dato lo stesso spazio a voi tutti; uno ci prova, certamente...e non è detto che ogni cosa vada come deve.

Ma il ragazzino non lo sa.


E se qualcosa di bello c'è stato, se avete sorriso con noi, se avete sognato, se vi siete lasciati portare per mano da una parola, una situazione, un movimento della gamba, allora sapremo di che camperemo anche l'anno che verrà.

Ed è a lui, casualmente, che chiediamo scusa.

Per noi che basta poco, che si accontenta, che si prendono al volo le occasioni che capitano tra le mani, gli anni sono tutti uguali: un sipario che si apre, un sipario che si chiude.

Chiusi nelle nostre stanze, sparsi ai quattro angoli del globo, con i nostri giocattoli di sempre e la speranza ancora intatta, intenti a metter su qualcosa che poi qualcuno applaudirà dal fondo della sala, come una marea, come un intenso momento in cui non conta più il numero del tuo conto in banca ma quello delle mani che possiedi. E le risate. E le cene, a teatro chiuso. E i camerini, che son sempre meno belli di come ce li saremmo aspettati ma poi non andremmo mai via. Arredati con qualche busta all'inizio del grande gioco e subito resi disponibili a chi verrà dopo di noi.

E poi ancora scusa, miserevolmente, ai fogli macchiati di niente! Ci vuol pazienza, con noi. Non siamo certo quelli che c'erano prima. E meno male.


E quando alla fine il riflettore si spegne, si spegne su di noi e su un altro numeretto che aggiungeremo all'anagrafe.

Dicono che gli anni siano a disposizione di chi sa goderseli, e probabilmente è così...ma noi, che della malinconia e degli occhi velati abbiam fatto un po' il nostro marchio di fabbrica, noi un pezzetto di torta lo vorremmo comunque. Se possibile. Senza disturbare. Pian pianino.


Chiediamo scusa, si intende, se lo spettacolo non vi è piaciuto.

Un altro anno è andato, un'altra storia è alle porte, un altro amore, un altro teatro, un altro permesso, un altro assegno mancato, ma noi stiamo benissimo così: con le mani sporche, con la testa per aria, con i piedi nascosti sotto al piumone e la maglietta a mezze maniche per tenere fermo il centro perfetto del sistema metrico che non possediamo.

Chiediamo scusa e ringrazieremo chiunque ci voglia raggiungere. Oltre il palco. Oltre il trucco. Oltre la foto. Oltre lo scritto. Lì dove siamo da soli, al buio, con le nostre paure e senza cerone da applicare per sembrare meno pallidi. Lì dove contiamo gli amici persi, quelli che sentiamo già di meno nelle mani, quelli che non sanno più nemmeno che faccia abbiamo. Lì dove il timore di aver sbagliato vita si annida pericoloso nei caffè che ci continuano a far bere. Lì nel fumo delle sigarette che rendono la nostra voce esattamente come piace a voi. Lì, tra un pezzo di formaggio anzi due anzi tre. Lì dietro l'angolo.

Ma come dove? Lì, vedi? Tra Parigi e Tirana, in un'unica corsa in macchina che ci consuma terribilmente eppur ci muove.


Se lo spettacolo non vi è piaciuto poco male; ci rifaremo l'anno prossimo, se i signori ci accorderanno la volontà di tornarci a trovare in questo bellissimo teatro che è solo nostro e dove solo noi potete trovare!

E grazie ancora per quelli che il tempo ce l'hanno riempito.

365 giorni son tanti persino per chi ha pazienza.

E grazie ancora a tutti quelli che ci hanno sopportato.

E grazie anche agli abbracci che non ci hanno dato.


E adesso che il pezzo è finito, l'inchino è servito e il tempo giusto è arrivato: siamo guitti, lo vede messere?

Eppure, volendo, può persino provare a volerci bene.


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